quinta-feira, 4 de julho de 2013

Monsanto: Se vince il seme della morte

Se vince il seme della morte

C’è da restare “geneticamente” stupefatti. La più nota multinazionale dell’industria Ogm vince il World Food Prize, il Premio Mondiale del Cibo, una sorta di Nobel per l’alimentazione e l’agricoltura, che dovrebbe essere assegnato a soggetti eccellenti in grado di mettere a disposizione di tutti un cibo nutriente e sostenibile. Uno schiaffo sul volto dei contadini di ogni angolo del mondo e degli 870 milioni di persone che nel 2013 soffrono ancora la fame 
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La Monsanto, il gigante degli organismi geneticamente modificati, ha vinto Il Premio Mondiale per l’Alimentazione. Cosa?
Concedendo questo onore all’industria dei semi biotecnologici, quest’anno il World Food Prize,  – spesso considerato il Premio Nobel per l’alimentazione e l’agricoltura – oltraggia il valore del suo stesso mandato di sottolineare “l’importanza di mettere a disposizione di tutti un cibo nutriente e sostenibile” [i]
Il Premio Mondiale per l’Alimentazione del 2013 è andato a tre alti dirigenti della multinazionale chimica, incluso il vice presidente esecutivo e responsabile del settore tecnologia della Monsanto, Robert Fraley, che controlla lo sviluppo degli organismi geneticamente modificati, gli OGM. In primo luogo, occorre ricordare che i semi OGM non sono stati concepiti per rispondere agli obiettivi del Premio e anzi funzionano in modo tale da impedire proprio dei progressi verso le finalità dichiarate del World Food Prize.
Venti anni dopo la commercializzazione dei primi semi OGM, gran parte di essi sono di due tipi: non sono progettati per ottenere maggiori capacità nutritive, ma soltanto per produrre un particolare pesticida o per resistere ad un erbicida protetto da brevetto. Ma anche se si riducono le erbe infestanti, la tecnologia si è rivelata un fallimento, in quanto ha generato una “super pianta infestante” capace di resistenza verso gli erbicidi, che si sta ora diffondendo in quasi metà delle aziende agricole americane. [ii]
Ma i semi OGM minacciano la sostenibilità anche in molti altri modi. Mentre generano dei profitti per le poche imprese che li producono, i semi geneticamente modificati potenziano un modello produttivo che minaccia la sostenibilità dei produttori senza capitali, che sostengono il 70 per cento di coloro che al mondo soffrono la fame. I semi OGM rendono permanente la loro dipendenza dai semi acquistati e dai prodotti chimici. La forma più drammatica di questa dipendenza si registra in India, dove 270 mila contadini, molti dei quali caduti nella trappola dei debiti per aver dovuto acquistare semi e prodotti chimici, si sono suicidati tra il 1995 e il 2012. [iii]
Gli OGM minacciano la sostenibilità anche perché prolungano la dipendenza dell’agricoltura dai combustibili fossili, dai minerali estratti dalla terra e dall’acqua, tutte risorse che diventeranno sempre più care man mano che aumenterà la loro scarsità.
monsanto31Questo riconoscimento non soltanto comunica l’esistenza di una falsa connessione tra gli OGM e la soluzione del problema della fame e del degrado dell’agricoltura, ma serve anche a distogliere l’attenzione dai sistemi agroecologici che sono veramente “nutritivi e sostenibili” e che hanno già dimostrato di funzionare, specialmente nelle situazioni climatiche estreme. L’istituto Rodale, ad esempio, ha verificato, durante i suoi trenta anni di studi, che i metodi organici hanno superato le coltivazioni chimiche durante gli anni di siccità nella misura del 31 per cento. I metodi organici possono usare il 45 per cento in meno di energia e possono produrre il 40 per cento in meno di gas a effetto serra. [iv]
Ulteriori evidenze in tutto il mondo dimostrano come i metodi ecologici aumentano moltissimo la produttività, incrementano il contenuto di nutrienti dei raccolti, e sono benefici per la salute dei suoli e tutto ciò senza lasciare i contadini dipendenti da fattori esterni sempre più costosi. [v] Le Nazioni Unite, attraverso il loro Ufficio del Referente Speciale per il Diritto al Cibo, hanno documentato che le potenzialità dell’agricoltura ecologica nelle aree della fame possono raddoppiarla produzione alimentare in un decennio. [vi] Sotto la presidenza del vincitore di un precedente World Food Prize, Hans Herren, il rapporto del 2008 dell’IAASTD, Valutazione Internazionale delle conoscenze agricole e della scienza e della tecnologia per lo sviluppo, elaborato da 400 esperti e firmato da 59 governi, costituisce un appello per reorientare lo sviluppo agricolo verso tali pratiche sostenibili. [vii] In tutto il mondo, l’agroecologia e la sovranità alimentare sono le soluzioni emergenti progettate e scelte da scienziati e da cittadini presenti ovunque.
E’ poi da notare che il mandato del World Food Prize è anche quello di individuare chi contribuisce a realizzare cibi “per tutte le persone”, mentre i semi OGM rendono questo obiettivo ben difficile da conseguire. Il pianeta già produce più alimenti di quanti sono necessari per soddisfare i bisogni di tutti i suoi abitanti, e oggi ne produce il 40 per cento in più di quanto non facesse nel 1970. Invece, circa lo stesso numero di persone, 870 milioni, ancora soffrono per un’estrema e lunghissima sottonutrizione,  perché non hanno la possibilità e il potere di accedere ad un cibo sufficiente. Sviluppati e controllati da un pugno di imprese, i semi geneticamente modificati garantiscono l’ulteriore concentrazione dei poteri e una estrema diseguaglianza che sono alla base di questa crisi di inaccessibilità del cibo. Negli Stati Uniti sono prodotti circa il 90% della soia e l’80% di granturco e di cotone. [viii]
La scelta del World Food Prize per il 2013 costituisce un affronto per il crescente consenso internazionale sulle pratiche di coltivazione sane ed ecologiche, che, è stato scientificamente dimostrato, promuovono  alimentazione e sostenibilità. Gran parte delle regioni del mondo e dei governi hanno rifiutato gli OGM e milioni di cittadini hanno manifestato contro la Monsanto. Nelle democrazie realmente operanti, smentire queste conoscenze scientifiche e così tante voci che le sostengono, è semplicemente inaccettabile.
Appello tradotto per Comune.info da Alberto Castagnola
Note
1 World Food Prize, About the Prize, http://www.worldfoodprize.org/en/about_the_prize/
2 Resistant Weeds – Intensifying by Kent Fraser, January 25, 2013 Status Research, http://www.stratusresearch.com/blog07.htm
3 Wesley Stephenson , “ Indian farmers and suicide: How big is the problem?” News Magazine, BBC, January 23, 2013. Notes 270,000 suicides as the “official” estimate. http://www.bbc.co.uk/news/magazine-­‐21077458
4 The Farming Systems Trial: Celebrating 30 Years, Rodale Institute, 2012, http://66.147.244.123/~rodalein/wp-­‐content/uploads/2012/12/FSTbookletFINAL.pdf
5 Jules Pretty, “Sustainable Intensification in African Agriculture,” Jules Pretty, Camilla Toulmin, and Stella Williams, International Journal of Agricultural Sustainability. 9(1) 2011; pp. 5–24, doi:10.3763/ijas.2010.0583 # 2011 Earthscan. www.earthscan.co.uk/journals/ijas; Soil health, see “Agro-­‐ecology and the Right to Food,” Special Rapporteur on the Right to Food, http://www.srfood.org/index.php/en/component/content/article/1174-­‐report-­‐agroecology-­‐and-­‐the-­‐ right-­‐to-­‐food; Elaine Ingham, Life in Natural Agriculture Soil, Rodale Institute, http://rodaleinstitute.org/tag/dr-­‐elaine-­‐ingham/
6 Ibid.
7 Agriculture at a Crossroads, United National Environmental Program, 2009. http://www.unep.org/dewa/agassessment/reports/IAASTD/EN/Agriculture%20at%20a%20Crossroads_S ynthesis%20Report%20%28English%29.pdf
8 Robert Langreth and Matthew Herper, “The Planet Versus Monsanto”, Forbes.com, 12, 31.09, http://www.forbes.com/forbes/2010/0118/americas-­‐best-­‐company-­‐10-­‐gmos-­‐dupont-­‐planet-­‐versus-­‐ monsanto.html

Atilio Boron - Europa y la puta de Babilonia




La detención y, en los hechos, el secuestro sufrido por Evo Morales durante 14 horas en Viena en su accidentado viaje de regreso desde Moscú demuestra claramente que los gobiernos europeos, y las clases dominantes a las cuales estos representan y en cuyos intereses actúan, son simples sirvientes del imperio. Toda su hueca fraseología sobre democracia, derechos humanos y libertades se derrumba como un castillo de naipes ante la contundencia de la prohibición que le impedía al presidente boliviano sobrevolar el espacio aéreo de algunos países europeos. Por supuesto, nada de esto debiera sorprendernos porque si de algo han dado prueba los sucesivos gobiernos de Europa desde finales de la Segunda Guerra Mundial ha sido su irresistible vocación por arrodillarse ante el nuevo amo imperial y satisfacer sus menores deseos, aún a costa de su dignidad y su vergüenza. No todos los gobiernos ni todo el tiempo, es cierto, porque hubo algunas excepciones: De Gaulle en Francia, Olof Palme en Suecia, entre los más notables, pero sí la gran mayoría de ellos.

Obedecen ciegamente las órdenes de la Casa Blanca para condenar a Cuba y participar en el criminal bloqueo a que han sometido a la isla por más de cincuenta años; consintieron que Estados Unidos y la OTAN, la mayor organización terrorista internacional, bombardease impunemente el propio territorio europeo, la ex Yugoslavia, sin contar siquiera con el paraguas legal de una decisión del Consejo de Seguridad de las Naciones Unidas autorizando esa operación; autorizaron y fueron también cómplices de los vuelos “secretos” de la CIA, en los que trasladaban “detenidos fantasma” (o desaparecidos) de numerosas nacionalidades hacia las cárceles clandestinas donde se podía torturar y asesinar con total impunidad a esto supuestos sospechosos de terrorismo; gobernantes, por último, cómplices de los innumerables crímenes de guerra perpetrados por Washington en locaciones tan diversas como la ex Yugoslavia, Irak, Irán, Afganistán, Libia y Siria, entre los más recientes.

Gobiernos genuflexos, sin dignidad alguna, que aceptan resignadamente que su amo y señor los espíe y que monitoree las comunicaciones de sus órganos regionales como la Comisión Europea mientras persiguen a Julian Assange y Edward Snowden por el “delito” de haber hecho públicas las masivas violaciones de Estados Unidos a los derechos individuales. En una palabra: la Casa Blanca actúa con esos gobiernos europeos como un siniestro e inescrupuloso patrón lo hace con sus indefensos subordinados. Y los gobiernos de Francia, España, Portugal e Italia, a su vez, actúan como la puta de Babilonia, que según narra la Biblia en el Apocalipsis (2. 17) “con ella fornicaron los reyes de la tierra –léase los “capos” de Washington- y los habitantes de la tierra se embriagaron con el vino de su prostitución.” Por enésima vez esos gobiernos volvieron a prostituirse violando las normas internacionales consuetudinarias que otorgan inmunidad a los jefes de Estado y de Gobierno y a las aeronaves (o cualquier otro vehículo) que los transporte. La Convención de Naciones Unidas sobre Inmunidades de los Estados y sus bienes de 2004 recoge estas normas y las amplía, pero desgraciadamente aún no está en vigencia.

Sería por ello importante que la Argentina y demás Estados de Unasur la ratifiquen cuanto antes e impulsen su entrada en vigencia, dado que protege las inmunidades soberanas, cada vez más amenazadas por la desenfrenada contraofensiva lanzada por el imperialismo para regresar América Latina y el Caribe a la situación existente antes de la Revolución Cubana. Aunque, ya se sabe, si hay algo que el imperialismo jamás respeta, como lo prueba la historia y lo teoriza Noam Chomsky, es la legalidad internacional, sea esta codificada o no. Los presidentes de Argentina, Cuba, Ecuador, Venezuela, el Secretario General de la Unasur, Alí Rodríguez y, ¡stupor mundi !, el mismísimo Secretario General de la OEA José Miguel Insulza manifestaron su repudio ante la actitud de los gobiernos europeos. El presidente Correa sintetizó la opinión prevaleciente en toda la región cuando tuiteó que “¡Todos somos Bolivia!” Sorprende, en cambio, el mutismo de otros países de la región, empezando por Brasil, siguiendo por Uruguay y, luego, comprensiblemente, por los gobiernos que son los “proxis” regionales del imperio en Sudamérica como Colombia, Perú y Chile.

En el caso del Perú, país que ejerce la Presidencia pro-témpore de la Unasur, sorprende aún más la pasividad de su gobierno que ante la gravedad de los hechos acaecidos en Europa debió haber convocado una reunión de urgencia para adoptar una política común en defensa del presidente boliviano. La lección que se desprende de este escandaloso incidente es que no tiene sentido alguno avanzar en un tratado de libre comercio entre el Mercosur y la Unión Europea, habida cuenta de la complicidad de los gobiernos del Viejo Continente para quebrar las normas más elementales del derecho internacional. ¿O es que vamos a creer que si violan sin chistar reglas fundamentales ante la menor señal de Washington van a respetar las otras, mucho menos importantes, que regulan el comercio internacional? Habría que ser muy ingenuos para creer en algo así.

La verdad: ni en Estados Unidos ni en la Unión Europea existe la “seguridad jurídica” que con tanta vehemencia reclaman de nuestros países. Por lo tanto, reforcemos la unidad de los países de Nuestra América porque si no nos unimos, si no nos defendemos entre nosotros la Roma americana y sus compinches europeos harán cada vez más estragos en esta parte del mundo.
Rebelión ha publicado este artículo con el permiso del autor mediante una licencia de Creative Commons, respetando su libertad para publicarlo en otras fuentes.

Apuntes sobre mercado, Estado y democracia



AlbaSud


" Es nuestra función glorificarnos en la desigualdad y velar que a los talentos
y las habilidades les sea dado una salida y expresión para el beneficio de todos nosotros”.
(Márgaret Tatcher).
Liberalismo y neoliberalismo
En Europa occidental durante la Edad Moderna nació una doctrina que promovía las libertades civiles y sobre la que se fundamentaron el Estado de derecho y la democracia representativa. En el siglo XVII John Locke , "padre del liberalismo”, describía la división de poderes, afirmaba que la soberanía emana del pueblo y que derechos como la vida, la libertad, la felicidad o la propiedad son naturales de las personas y anteriores a la constitución de la sociedad.
El liberalismo se centra en el individualismo, al considerar al sujeto, su libertad y su derecho a la propiedad privada por encima de cuestiones de orden colectivo. En sintonía con los valores de la modernidad, el liberalismo se presenta como "filosofía del progreso” y propugna una liberación total de las potencialidades de las personas. Como doctrina política [1] , el liberalismo encarna la filosofía del capitalismo por antonomasia.
En lo económico, tiene relación directa con la economía de mercado, y propone que el afán de lucro individual es socialmente útil, por lo que es necesario evitar cualquier traba que pueda impedir a alguien enriquecerse sin límites. Adam Smith , principal exponente del liberalismo económico, argumentó que la libertad máxima de quienes desean enriquecerse supone, además de alcanzar una producción óptima al menor coste, la armonía social. Smith teorizó que la economía está regida por leyes naturales inmutables que poseen mecanismos propios de autorregulación. La clave del bienestar social está en el crecimiento económico, que se logra a través de la libre competencia y la división del trabajo (Smith, 1776). Como contribución a la ficción económica, este autor ideó una "mano invisible” que corregiría las contradicciones y desequilibrios de los mercados.
El neoliberalismo, gestado durante la Guerra Fría, tuvo una fuerte expansión a partir de la crisis del 73. Dos de los autores que contribuyeron a dar forma a las recetas neoliberales fueron Milton Friedman y Friedrich Hayek [2]. A partir de estos y otros académicos, los patrocinadores de esta doctrina fueron creando en poco tiempo un sinfín de institutos de investigación y formación, organizaciones y fundaciones, publicaciones o especializaciones, con el objetivo de difundir estas ideas, insertarlas en el ámbito académico y construir el mayor consenso y aceptación social posibles.
Cercano a los valores de la posmodernidad, el neoliberalismo ha estado relacionado desde su nacimiento con corrientes políticas neoconservadoras [ 3] , que planteaban la necesidad de eliminar la tutela social del Estado y los mecanismos para la redistribución de la renta. Asimismo, estas corrientes neocons promovían la autorregulación, la privatización de bienes y servicios públicos, la "flexibilización” del mercado laboral o la delimitación de los ámbitos de decisión colectiva en nombre de la libertad individual, entre otros.
Además de la redistribución, para esta doctrina también la solidaridad y la justicia social son asuntos de los que debería ocuparse el mercado. Friedman afirmó que la fiscalidad progresiva [4] es "un atentado contra los derechos humanos”, y su hijo David [5] que los impuestos son agresiones a la propiedad privada y una forma de "expropiación” realizada por el Estado. Por su parte, Hayek consideraba al "espejismo de la justicia social” un sinsentido, algo pernicioso e injusto que mina la justicia de las asignaciones producidas a través del mercado, confiscando la riqueza de "los más exitosos” y prolongando la dependencia de "los necesitados”.
A diferencia de otras corrientes, a pesar de su marcado carácter ideológico, el neoliberalismo se presentó desde el principio como verdad científica y con rango de ley. Una suerte de "post-ideología”, "el fin de la historia” (Fukuyama, 1992), no solo la mejor sino la única alternativa posible en el tiempo y espacio en que se implementa (McMurtry, 1998).
Tanto Estado como quiera el mercado
En la aplicación del modelo neoliberal, el papel asignado al Estado tiene una marcada dualidad: mientras que por un lado es sistemáticamente denostado y reducido, por otro, es un actor político fundamental.
Para justificar la implementación de un programa neoliberal en cualquier país, la crítica al sistema político y económico precedente se centra en el Estado. La acusación de ineficiencia, intervencionismo o corrupción abre la puerta a un proceso de merma de protagonismo político, funciones específicas y presupuesto del Estado, lo que facilita un fuerte trasvase de riqueza y poder desde el sector público al privado concentrado [6].
¿Significa esto que el Estado en el esquema neoliberal pasa a ser un actor de reparto? En ningún caso. En primer lugar, amparado en el sistema representativo, el Estado debe dar legitimación social y formalización político-institucional al modelo. Por una parte, bajo el paradigma de las "reformas imprescindibles” y la prioridad de pagar una deuda externa cada vez más costosa e ilegítima [7], el poder ejecutivo pone en marcha políticas públicas y "ajustes estructurales” y el legislativo establece nuevas reglas de juego, que permitan crear un marco propicio para que la plena puesta en práctica del modelo no encuentre obstáculos.
Por otra parte, son también el poder ejecutivo y las mayorías parlamentarias quienes asumen la portavocía para la defensa del modelo; y, por ende, son también estas instituciones quienes cargan con el consecuente coste político de sus impactos sociales.
Además, el Estado es también quién ejerce el poder de policía, haciéndose cargo de la violencia y la represión frente a unas resistencias y protestas sociales que irán multiplicándose, organizándose y radicalizándose, justa y necesariamente, como consecuencia de los impactos de las medidas neoliberales.
Hayek acuñó el neologismo "catalaxia” para describir "el orden que surge por el ajuste recíproco de muchas economías individuales en un mercado". Según este autor, la obligación de la autoridad política es proveer dentro del "imperio de la ley” las condiciones necesarias para que la catalaxia pueda producirse [8]: una democracia justa y libre sólo puede ser asegurada a través de la catalaxia.
Ese Estado, minimizado y que opera su propio desmantelamiento [9], es imprescindible para que el neoliberalismo se implante y apuntale. Ese Estado, sometido y juzgado con las mismas reglas que el sector privado lucrativo [10], en última instancia, otorga institucionalidad y tiñe de democrático un golpe de los mercados a los órganos constitucionales del poder soberano de las naciones.
Del lenguaje a los hechos
En su corta historia, los resultados de las recetas neoliberales son inequívocas. Cuando los Estados delegan en la deidad del mercado el presente y futuro de las sociedades, naciones y territorios, las consecuencias sociales derivadas de ello dejan pocas dudas.
Tras décadas de dejar la función distributiva en manos del mercado, en América Latina (AL) el neoliberalismo dejó tras de sí, entre otros impactos, enormes estructuras de desigualdad, el empeoramiento de las condiciones de vida y el empobrecimiento generalizado de una parte significativa de las poblaciones. A pesar de los avances producidos en países de la región durante la década postneoliberal en cuanto a reducción de pobreza (CEPAL, 2010), distribución de riqueza y desarrollo humano (PNUD, 2010) [11], en 2010 AL seguía teniendo el mayor nivel de desigualdad del planeta (PNUD, 2010).
A partir de 2008, el mismo modelo comenzó a aplicarse en el sur de Europa [12]: el nivel de deterioro social de países como España, Portugal o Grecia está siendo rápido y profundo; y, a medida que se profundiza en este tipo de programas, las perspectivas son aún peores. En el centro, el aumento sensible de la pobreza, la exclusión social y las desigualdades: en 2011 España alcanzó una tasa de pobreza del 25% [13] y en 2012 ocupó la primera posición en desigualdad social de la UE [14], seguida por Grecia y Portugal.
Como en tantos otros, en este caso en la política el lenguaje dominante y los hechos se vuelven irreconciliables. A pesar de su nominación, en la práctica, en los hechos, la idea de libertad subyacente en las recetas neoliberales persigue fortalecer un viejo sistema que permita a las corporaciones empresariales seguir acumulando riqueza y poder. En las antípodas de los postulados liberales de Locke, en el neoliberalismo del pueblo no emana la autoridad del Estado ni en él reside la soberanía [15]. Aún así, lo llaman neo-liberalismo.
El "Estado mínimo” abandona sus responsabilidades sociales y económicas, se abstrae de poner límites a un capitalismo salvaje que tiende a mediatizar y mercantilizar todo. Además, pretende legitimar un modelo que cercena los derechos sociales y en el que el único actor con autoridad, libertad y soberanía es el mercado. Aún así, al Estado garante de que esto suceda, lo llaman Estado de derecho .
Con ese mismo Estado que deja la "tutela social” y pasa a ser un actor tutelado por el mercado, el neoliberalismo convierte a los sistemas representativos en un totalitarismo mercantil, somete a las instituciones políticas e impone una "dictadura de mercado”. Aún así, lo llaman democracia .
Notas:
[1] Como doctrina política e ideológica, el liberalismo se puede articular en los siguientes tres ejes (Antón, 2011):naturalismo hedonista que establece que la felicidad consiste en poseer, acumular y disfrutar de bienes materiales, por lo que las personas están dotadas de un "instinto de apropiación natural” y el interés individual se configura como motor de la sociedad;racionalismo como medio para conseguir una actuación útil y eficaz respecto a los fines propuestos; individualismo libertario, el individuo como principio y fin del mensaje liberal.
[2] Friedman fue profesor en la Universidad de Chicago y Premio Nobel de Economía en 1976. Hayek fue miembro destacado de la Escuela Austríaca y Premio Nobel de Economía en 1974.
[3] Conocidos como necons, es un movimiento político nacido en los años 60 en Estados Unidos, Tatcher y Reagan han sido sus principales exponentes que implementaron políticas neoliberales en EEUU e Inglaterra.
[4] La propuesta de fiscalidad progresiva fue realizada por John M. Keynes.
[5] David Friedman, hijo de Milton Friedman, es el principal teórico del anarcocapitalismo, que postula la conveniencia de una "sociedad libre sin poder público”. En sus tesis anarcocapitalistas plantea que el libre mercado puede ser suficiente para satisfacer las necesidades humanas; lo que se podría poner en marcha a través de la privatización de los servicios que presta el Estado. Este planteamiento llega a la privatización hasta de la propia ley y el orden. Esta doctrina propone la abolición del Estado y la supremacía de la libertad individual, la propiedad privada y el libre mercado; y se plantea que el derecho a la propiedad privada es el único derecho que puede viabilizar materialmente el derecho individual.
[6] Es el Estado el actor que materializa la transferencia de recursos, privatizando servicios públicos y priorizando las deudas al capital financiero, cada vez más costosas e ilegítimas, que se llevan una parte creciente del presupuesto público, a costa de sanidad, educación, política social, I+D+i, cultura, etc.
[7] Como referencia, durante los primeros años de neoliberalismo en América Latina, entre 1975 y 1983 el conjunto de la región cuadruplicó su deuda externa. En 2002, en Argentina, la deuda externa llegó a significar el 150% del PIB (CEPAL, 2008). En 2009, tras seis años de cambio de modelo económico y político, la deuda rondaba el 15% (World Factbook, 2009).
[8] Por lo que las únicas funciones del Estado son el mantenimiento de la seguridad colectiva contra agresiones externas, la preservación del imperio de la ley y del orden público y la provisión de un número limitado de bienes y servicios públicos que no pueden ser eficientemente suministrados por el mercado.
[9] En la medida que coacciona la propiedad privada, distorsiona el libre mercado, monopoliza la producción de bienes y servicios "de derecho” que la empresa privada podría prestar más eficientemente.
[10] Ciñéndose a las lógicas del superávit, la rentabilidad y el beneficio económico. Obviando cualquier consideración social, salvo cuestiones asistenciales, que se deja en manos del mercado y su autorregulación.
[11] Según el PNUD, en 2010 América Latina se acercaba a niveles de esperanza de vida y escolaridad Estados Unidos y Europa.
[12] Para más información, ver: La deuda y la espada: neoliberalismo en América Latina y el sur de Europa (Fernández Miranda, 2013, en Alba Sud) y Más lujos, más penurias: la desigualdad como norma (Fernández Miranda, 2013, en Alba Sud).
[13] Para más información, ver: Democracia tutelada y reapropiación de la política (Fernández Miranda, 2013, en Alba Sud).
[14] También en 2012 España fue por primera vez el país con mayor distancia entre rentas altas y bajas.
[15] Para más información, ver: Globalización neoliberal y democracia (Estévez Araujo, 2011, en Alba Sud).

Fuente: http://www.adital.com.br/site/noticia.asp?boletim=1&lang=ES&cod=76106

quarta-feira, 3 de julho de 2013

El gobierno Rajoy, el más reaccionario de la eurozona



El Plural


La transición política de la dictadura a la democracia, mal definida como modélica, se hizo en términos muy favorables a las fuerzas ultraconservadoras que controlaban los aparatos del Estado así como la mayoría de los medios de información. Este dominio determinó que el resultado de dicha transición fuera una democracia muy limitada con un estado del bienestar muy poco desarrollado (ver mi libro Bienestar Insuficiente, Democracia Incompleta. Sobre lo que no se habla en nuestro país). Todavía hoy, treinta y cinco años después de la Transición, el estado del bienestar español está entre los menos desarrollados en la eurozona y en la Unión Europea de los Quince (UE-15). Incluso antes de que se iniciara la crisis, en el año 2007, el gasto público social como porcentaje del PIB era solo de un 20,7% (y solo de un 17,8% en Catalunya), frente al promedio de la UE-15 (26,9%). En Suecia era entonces de un 29,2%. Si en lugar de analizar el gasto público social (que incluye las pensiones y los servicios públicos tales como sanidad, educación, servicios sociales, escuelas de infancia, servicios domiciliarios, transferencias a las familias, vivienda social y prevención de la exclusión social, entre otros) como porcentaje del PIB, estudiamos el porcentaje de la población adulta que trabaja en los servicios del estado del bienestar, vemos que España continua siendo de los países con menos adultos trabajando en ese ámbito. De nuevo, ya en el 2007, veíamos que el porcentaje de la población adulta trabajando en esos servicios era un 10% (y en Catalunya, un 8%), mucho más bajo que el promedio de la UE-15 (un 15%) y mucho, mucho más bajo que en Suecia (24%). Es decir, que mientras en Suecia casi uno de cada cuatro suecos adultos trabajaba en los servicios públicos del estado del bienestar, en España era solo uno de cada diez (y en Catalunya no llegaba ni a esto). Así pues, la imagen promovida por los conservadores y liberales de que el empleo público era y es demasiado extenso (e hipertrofiado) no se correspondía ni se corresponde con los datos. En realidad, estos porcentajes son los más bajos de la UE-15 (solo en Portugal es menor, un 7%).
El empeoramiento de la España social
Todas estas cifras se han incluso deteriorado más con los recortes del gasto público que se han realizado como parte de las políticas de austeridad, iniciadas por el gobierno Zapatero y profundizadas, con gusto, y por mucho, por el gobierno Rajoy. Y digo con gusto porque de las declaraciones recientes del Ministro de Hacienda, el Sr. Montoro, parecen desprenderse orgullo y satisfacción de ello. El país que tiene un gasto y empleo público menor de la UE-15 (de lo cual el Sr. Rajoy, en unas declaraciones recientes, parecía también estar orgulloso) tiene unos dirigentes que están orgullosos no solo del bajo gasto y empleo público, sino también de su pretensión de seguir recortándolos. España es el país en el que, proporcionalmente, se está recortando más gasto público y destruyendo más empleo público. En las declaraciones conjuntas con la vicepresidenta Soraya Sáenz de Santamaría del 21 de junio, el Sr. Montoro declaró con satisfacción que el gobierno del Partido Popular recortará nada menos que 37,62 millones de euros, casi un 4% del PIB en gasto público, lo que pone a España en el tope de la liga de los países que recortan más. Y, por si ello no fuera poco, añadió, junto con la Vicepresidenta, que en lo que va de legislatura se han destruido ya 375000 puestos de trabajo (principalmente en sanidad y educación), a lo cual se añadirán 30000 más cada año.
Pero lo que es extraordinario (y digo extraordinario porque no conozco ningún otro gobierno que esté orgulloso de los recortes que se está imponiendo a la población) es que la Sra. Soraya Sáenz de Santamaría y el Sr. Cristóbal Montoro añadieran sonriendo y orgullosos que “hemos hecho la mayor reducción de consumo público de la historia de España”. Es probable que otros gobiernos conservadores neoliberales estén orgullosos de su labor de austeridad, pero ninguno lo dice, solo los portavoces del gobierno español lo expresan.
Ni que decir tiene que la Sra. Soraya y el Sr. Montoro, cuando van al médico, tienen un tiempo de visita no menor de 30 minutos, sin esperas ni colas. Y de ahí que no sientan en sus carnes las consecuencias de los recortes en el tiempo de visita. Y seguro que sus familiares más pequeños van a escuelas con baja densidad de alumnado en sus aulas. Sería interesante que los medios de información hicieran un análisis de cómo las decisiones de austeridad afectan a los políticos que deciden e implementan esas políticas. Toda la evidencia científica existente muestra que los recortes significan un ataque frontal a la sanidad y a la educación pública (utilizadas por las clases populares, que constituyen la mayoría de la población), ataque que por lo visto los llena de orgullo.
¿Por qué el Partido Popular no es más impopular?
Como era de prever, el voto esperado a los partidos gobernantes que llevan a cabo esos recortes ha bajado. Pero es sorprendente que en España no haya bajado mucho más. ¿Por qué?
La respuesta a nivel de España es fácil. El nacionalismo españolista, heredero de la dictadura, moviliza todavía hoy a millones de personas que claramente votan en contra de sus intereses, a fin de defender a España frente a los que ese españolismo define como rojos, separatistas y anti-Iglesia. Cuarenta años de fascismo y treinta y cuatro de democracia supervisada y vigilada garantizan la continuidad de este rancio franquismo y su cultura nacional-católica. No es por casualidad que gran número de las reformas educativas y culturales tengan como objetivo recuperar este nacionalismo españolista que en ciertas partes de España, la España mesetaria, es todavía muy poderoso. Tanto en su versión casi religiosa –el PP- como en su versión laica -UPyD-, este nacionalismo centralista españolista está movilizando a España. Este nacionalismo, y en menor grado la religión (en España), continúan siendo utilizados para ocultar el ataque más frontal que el escasamente financiado estado del bienestar español ha padecido.
Vicenç Navarro. Catedrático de Políticas Públicas. Universidad Pompeu Fabra
Rebelión ha publicado este artículo con el permiso del autor mediante una licencia de Creative Commons, respetando su libertad para publicarlo en otras fuentes.

En Chile, la “farmafia” de los medicamentos



Vampiros del modelo

Punto Final


La salud en Chile, del mismo modo que la educación, es una actividad basada en el lucro, en especial en lo relacionado con los medicamentos. El sector farmacéutico, que en el mundo mueve cifras astronómicas (1,6 billones de dólares en ventas en 2011, según PriceWaterhouse) se consolida como la cuarta industria más grande del planeta. En Chile también amasa cuantiosos millones, para asegurarse como uno de los sectores más dinámicos y poderosos. Dinámico, porque registra cifras de alto crecimiento cada año, y poderoso porque se ha levantado como una tremenda fortaleza que impide el ingreso de nuevos actores al mercado, a la vez que acude a numerosas y turbias prácticas para mantener en constante ascenso sus utilidades.
Durante el año pasado, los laboratorios chilenos (que en realidad no fabrican sino, principalmente, envasan drogas importadas) facturaron más de 1.500 millones de dólares, cifra que desglosada arroja un interesante fenómeno comercial que ayuda a entender el funcionamiento de este mercado. Si consideramos las unidades vendidas, del total de ventas, un 20 por ciento corresponde a medicamentos de marca. Sin embargo en cuanto a valor, los remedios de marca corresponden a casi la mitad del total de la ventas. Se trata de remedios muchos más caros, los cuales explican el negocio. Los laboratorios, así como las farmacias, prefieren vender a toda costa la droga de marca. Aquí está lo más lucrativo de la actividad.
Uno de los rasgos del mercado chileno es la excesiva concentración de las cadenas de distribución. Las tres grandes cadenas (Fasa, Cruz Verde y Salcobrand), tienen más del 90 por ciento de las ventas, pero también podemos decir que hay una concentración en la producción. Los laboratorios que producen remedios de marca, en su gran mayoría transnacionales, concentran gran parte del negocio. Es aquí, entre las farmacias y estos laboratorios, donde se cocinan las prácticas más oscuras y corruptas de este suculento mercado.
Una de las estrategias comerciales clásicas del sector es el lobby, la presión y también la corrupción que se extiende desde el cuerpo médico a todo tipo de políticos. Es una actividad a la que destina decenas de millones y que le ha dado muy buenos resultados. Tanto, que prácticamente toda la reglamentación de este sector ha estado muy influida por la misma industria, lo que hoy se manifiesta con evidencia palmaria tras el rechazo de los diputados a un proyecto de ley que busca, simplemente a través de una desregulación de los locales de ventas, abrir el mercado y generar más competencia con el objetivo de bajar los precios. Si la impugnación de los parlamentarios a este proyecto resulta difícil de creer, el otro rechazo es aún más impresionante: los diputados también se resisten a aprobar un proyecto que obliga a los médicos a escribir en la receta el nombre genérico del medicamento de marca, lo que permitiría que el paciente pueda reemplazarlo por un similar más barato. Como bien se sabe, y el Sernac lo ha comprobado en muchas ocasiones, el precio del remedio de marca supera varias veces a su similar genérico.

REMEDIOS MAS CAROS EN CHILE QUE EN ESTADOS UNIDOS
El precio limita el acceso a los medicamentos en Chile. Atenta contra un derecho humano básico de segunda generación, que es el acceso a la salud, establecido por la ONU en su carta de 1948. Un estudio realizado el mes pasado por el Sernac, detectó en una lista de 441 medicamentos -considerando los más vendidos y algunos de sus productos sustitutos-, diferencias por encima de un 25 por ciento. Pero hay otros estudios que entregan una información más grave: los medicamentos en Chile no son sólo más caros que en otros países latinoamericanos, sino que incluso en Estados Unidos.
Hace un mes, el economista Eduardo Engel escribió en su blog sobre el precio de los medicamentos. Comparó el antialérgico Allegra (Laboratorio Sanofi Aventis): en Chile la pastilla cuesta 750 pesos; en Estados Unidos, el precio es un tercio del chileno. Otro estudio comparativo apunta a conclusiones similares. Como ejemplo el Arimidex (Laboratorio Astra Zeneca), para el tratamiento del cáncer de mama, vale casi 70 dólares en Estados Unidos (unos 35 mil pesos), en tanto en Chile, 113 mil. Con otros países latinoamericanos la diferencia es también enorme. El Celebra (un antiinflamatorio del laboratorio Pfizer) en Chile vale 22 mil pesos la caja, y en Argentina once mil.
El proyecto de ley de medicamentos, propuesto como paradoja por un gobierno de derecha, favorece a los consumidores, pero les altera el negocio a las grandes corporaciones. Por ello, y no otra cosa, ha sido tan grosero el lobby y la “compra” de diputados. Por ello también la reacción histérica de parlamentarios de todas las bancadas ante las denuncias de conflictos de interés lanzadas por el ministro de Salud, Jaime Mañalich. Al no haber argumentos de peso ante la ciudadanía, han levantado una histriónica defensa corporativa que busca proteger una honorabilidad hace mucho tiempo perdida.
El rechazo a la nueva ley de medicamentos, apoyada por organizaciones de consumidores, resulta un hecho tanto o más increíble que la misma votación a favor de la Ley de Pesca, con una desembozada ayuda de los lobbistas de las pesqueras como quedó en evidencia impúdica en los pagos a la diputada Marta Isasi. La ciudadanía sabe que este es solo un ejemplo en un mar de corrupción. El diputado René Alinco, que conoce como opera la Cámara desde dentro, dijo entonces que la Ley de Pesca fue pagada por los industriales pesqueros. Es muy difícil creer que Mañalich esté equivocado. Estimaciones para Estados Unidos cifran en unos 15 mil millones de dólares anuales el gasto de las farmacéuticas para comercializar en forma ventajosa sus productos, los que parten desde los mismo médicos hasta llegar a los legisladores.
La actitud de los parlamentarios ante este proyecto de ley que favorece el acceso a la salud a la ciudadanía, desenmascara la forma como se ha hecho política en Chile durante las últimas décadas. El Poder Legislativo binominal ha pasado a ser un enclave en la institucionalidad política para los poderes económicos. Legislan, como ya se ha visto en tantas votaciones clave, para el mejor postor. El sistema está corrupto desde sus mismas bases y abarca a las dos grandes modalidades de ventas: los remedios OTC (Over the Counter), que son los de venta libre, y los que requieren prescripción de los médicos. En Chile, los OTC son territorio de las farmacias y los de prescripción, de los laboratorios. La ley de medicamentos busca regular ambas modalidades, lo que ha generado el lobbydescontrolado.

LOBBYSTAS VIGILANTES
Para los medicamentos de libre venta, el gobierno ha propuesto ampliar la comercialización a supermercados. En teoría, la ubicación de los remedios en góndolas y la mayor competencia debieran llevar a una disminución en los precios. Pero las grandes cadenas de farmacias, que controlan más del 90 por ciento de las ventas, ha boicoteado esta posibilidad con el argumento, esgrimido por los parlamentarios, de una sobremedicación de la población. Un argumento falaz, ya que el vendedor de la farmacia generalmente, además de venderle al cliente el medicamento del laboratorio que le da una mayor comisión -y muchas veces negar el solicitado-, promociona una serie de otros productos por los que también recibe un incentivo económico. Quien pregunta por un remedio para la tos, lo más probable es que saldrá también con un antipirético y una pomada. En cuanto a los precios, nos basta recordar la colusión detectada hace unos años en estas cadenas de farmacias. En suma, un diseño comercial que impide al consumidor ejercer la libre elección. Una práctica de cartel absolutamente reñida con el libre mercado.
El presidente de la Organización de Consumidores y Usuarios de Chile (Odecu), Stefan Larenas, apoyó abiertamente la denuncia del ministro Mañalich respecto al lobby de las farmacias, por el rechazo en la Cámara de Diputados de la venta de medicamentos en supermercados y otros establecimientos. “Es bastante decepcionante la votación ya que se perdió por dos votos, lo cual dice mucho de lo que fue el lobby farmacéutico. Los lobbystas son conocidos y estaban ahí presentes”, dijo el presidente de la organización a una radio. Larenas añadió que estuvo en las comisiones y “estaban llenas de lobbystas, sentados, sin hablar, tomaban nota y luego hablaban con los diputados. No es nada extraño decir esto, como dijo el ministro, porque eso es visible”.
Odecu calificó la situación como “un nuevo triunfo del lobby en la industria, el monopolio farmacéutico queda sin competencia gracias a los diputados que dicen estar en contra pero votan por mantenerlo”. Este es un punto fundamental, ya que, actualmente, las tres principales cadenas de farmacias concentran cerca del 95% de las ventas totales de medicamentos. De haberse aprobado la venta en otros locales comerciales, los consumidores habrían tenido un ahorro significativo -entre un ocho y un 30 por ciento- en el costo de los medicamentos.
Pero no todas las organizaciones de consumidores están a favor de esta reforma a la ley. Para estas agrupaciones, la venta libre no garantiza que los precios de estos medicamentos bajen, y aún peor: pueden originar graves problemas de salud pública derivados de los daños que produciría la ingesta, fuera de todo control médico o farmacéutico, de estos genéricos que poseen múltiples “contraindicaciones o efectos secundarios”.

LA “FARMAFIA” EN PLENA ACCION
La comercialización de los medicamentos de marca es bastante más compleja y puede calificarse como abierta corrupción. El alto precio de estos remedios incorpora también todas las comisiones y regalías que reciben los médicos para que prescriban esas marcas. No se trata de bolígrafos o tacos de papel para notas entregados por los visitadores médicos, sino de viajes a congresos con todos los gastos pagados para los especialistas y sus esposas. Ante estas ofertas, son pocos los médicos que se resisten.
Podemos llamar a estas prácticas “conflictos de interés” o abierta corrupción. A cambio de recetar el remedio de marca del laboratorio más poderoso, estos médicos reciben regalos, gastos para vacaciones, comisiones por cada prescripción, asistencia a conferencias científicas, muestras médicas y material promocional, gastos para investigación y cursos, entre otras innovaciones de mercadeo. Es también conocido el manejo de grupos de pacientes para promover los beneficios de ciertas terapias ligadas a un fármaco de marca, o la manipulación de gremios completos de la salud a través de apoyos como los citados.
El lobby farmacéutico universal llega a acciones de tal envergadura, que ha sido capaz de distorsionar la agenda mundial de la salud. Hay suficientes y serias acusaciones en cuanto a que estos laboratorios han logrado exagerar los efectos de una epidemia creando pánico en la población, y obligando a los gobiernos -como el actual, que compró el año pasado casi un millón de dosis contra la meningitis- a destinar miles de millones en compra de vacunas de escasa o nula utilidad. Influencian a los gobiernos y también a los parlamentarios. Aún no nos olvidamos de las alarmistas declaraciones del senador Guido Girardi ante la epidemia H1N1, en las que predecía la muerte de cien mil chilenos.
La reforma al Código Sanitario busca también permitir el intercambio de un medicamento de marca por uno bioequivalente de similares efectos terapéuticos, pero de un precio sensiblemente menor. Aun cuando esta parte del proyecto está más avanzada, persisten obstáculos, como la obligación que el médico prescriptor anote en la receta su equivalente genérico, propuesta rechazada durante la última votación de la Cámara. El proyecto deberá pasar al Senado, donde deberán revisarse los puntos rechazados por la Cámara. Pero el ruido desatado por los parlamentarios tras las denuncias de oscuras maniobras del lobbyfarmacéutico, parece haber movido la discusión hacia otras preocupaciones de los honorables. Como ya hemos visto en otras ocasiones, la defensa corporativa de sus propios intereses es aquí también la prioridad.

Publicado en “Punto Final”, edición Nº 784, 28 de junio, 2013

¿Cuánto fútbol puede soportar la democracia?

Más fútbol, menos democracia



¿Cuánto fútbol puede soportar la democracia? O al revés: ¿cuánta democracia es permitida, con sus protestas y “excesos”, para garantizar una Copa Mundial de fútbol? La pregunta no es retórica. Al contrario: retumba hoy en la agenda política de la presidenta Dilma Rousseff y los suyos. Y está también, como pesadilla precoz, en los cálculos monetarios de la poderosa FIFA. ¿Cuántos movilizados, cuánta calle, son tolerables en democracia sin arriesgar la organización del mayor evento mundial de fútbol?
Hace casi cuarenta años, tres intelectuales al servicio de la Comisión Trilateral publicaron su célebre reporte sobre “la gobernabilidad de las democracias”. En el informe daban cuenta de la crisis de las democracias trilaterales (Estados Unidos, Europa y Japón) como resultado de la “sobrecarga” de demandas sociales que el sistema político, estancando y débil, no podía responder. El exceso de democracia, pues, como desafío y amenaza, engendraba una riesgosa crisis de (in)gobernabilidad.
Ese discurso/espantajo de la ingobernabilidad, que en Bolivia conocimos bien como sostén de la hegemónica democracia pactada, se tradujo pronto en la conservadora consigna de los regímenes políticos del neoliberalismo: “más gobierno, menos democracia”. Igual no deja de ser paradójico que mientras los teóricos de la Trilateral, en 1975, nos advertían sobre los excesos de la democracia, en América Latina –plena de dictaduras– estábamos preocupados, más bien, por su ausencia.
La advertencia sobre la gobernabilidad de las democracias reapareció estos días de manera tosca y esférica. Preocupado por las actuales protestas en Brasil que podrían afectar la Copa 2014, el secretario general de la FIFA recuperó la lógica Trilateral a favor de un gobierno macizo que limite los ímpetus democráticos. “A veces menos democracia es mejor para organizar una Copa del Mundo”, dijo. Y aseguró que para la Copa 2018 en Rusia, con “un jefe de Estado fuerte como Putin”, tendrán más facilidades.
“ Más fútbol, menos democracia”, podría ser entonces la nueva consigna de la FIFA. Claro que para los negocios e intereses de los barones del fútbol mundial el mejor escenario no es necesariamente menos democracia, sino “ninguna democracia”. Así al menos lo entiende el presidente de la FIFA que, en un arrebato de sinceridad, confesó haber quedado feliz cuando en la Copa Argentina 78 “hubo una reconciliación del pueblo con el sistema político militar de la época”. Qué tal. Viva el fútbol, arriba las dictaduras.
Esta simpatía con las “virtudes” de los regímenes no democráticos tampoco es nueva ni está emparentada solo con los campeonatos de fútbol. Durante muchos años, con extensivos estudios comparados, algunos politólogos y economistas se empeñaron a fondo en demostrar que los gobiernos autoritarios, eximidos de los complejos procesos decisionales de la democracia, eran más favorables para el desarrollo. Se esforzaron en vano. La evidencia resultó más bien favorable a las democracias.
¿Cuánto fútbol puede soportar la democracia? Eso depende. Si la organización de un Mundial implica gastos multimillonarios salpicados de corrupción, en tanto se garantizan mal y a retazos los derechos económicos, sociales y culturales de la ciudadanía, entonces la democracia sale a la calle y se rebela. “Más dignidad, menos Copa”, grita. Es el “efecto saturación”. El hambre de pan fue saciada; el hambre de belleza, en cambio, es insaciable, para decirlo en palabras del poeta Fernández Retamar.
¿Y cuánta democracia es permitida para que –como prometió Dilma– “la Copa del Mundo 2014 sea la mejor de todos los tiempos”? Eso también depende. No de los poderes, que siempre apostarán por más gobierno (que no necesariamente significa más Estado), sino de la acción directa, la calle, que habrá de exigir más democracia. Es en la movilización extrainstitucional que pueden conquistarse no sólo mejores condiciones de educación, salud, transporte, sino en especial un proceso constituyente que reforme la economía y la política.
José Luis Exeni Rodríguez es investigador político boliviano.
Rebelión ha publicado este artículo con el permiso del autor mediante una licencia de Creative Commons, respetando su libertad para publicarlo en otras fuentes.

El Partido de la Prensa y el Dinero

Cómo mueve Sísifo la montaña


Traducido del francés para Rebelión por Juan Vivanco

No es solo por miedo a un proceso mediático de totalitarismo por lo que la izquierda que gobierna en Occidente ha enterrado la “información de pueblo a pueblo” que proponían desde los años setenta Sartre, Bourdieu y Mattelart. La democratización de la propiedad de los medios ya no le interesa, porque se ha convertido al mercado libre y ha involucionado a la gerencia de “modas individuales” y a un neocolonialismo con disfraz “humanitario” y “laico”. De modo que si en la Libia de hoy se cometen tantas o más violaciones de los derechos humanos que en la de Gadafi, el apagón mediático dispensa a socialistas y “verdes” (que en su día no quisieron saber nada de los esfuerzos diplomáticos africanos y latinoamericanos y votaron a favor de la guerra) de explicar por qué los derechos humanos de la población libia han dejado de apasionarles. Al haber aceptado como algo natural que los grandes grupos económicos se hayan apropiado de los medios y hayan sometido una pálida copia de lo que sería un servicio público, lo que queda de la verdadera izquierda está condenada a rodar con la piedra de Sísifo por la montaña cotidiana de la desinformación.Mientras tanto, la izquierda latinoamericana mueve la montaña.
El 14 de junio de 2013, la Asamblea Nacional de Ecuador aprobó la Ley Orgánica de Comunicación (1). Aunque era una exigencia de la Constitución de 2008, la votación tuvo que esperar cuatro años hasta alcanzar la mayoría parlamentaria. Por fin, con la victoria electoral de Rafael Correa y su partido (Alianza País) en febrero de 2013, la ley pudo ser aprobada con 108 votos a favor, 26 en contra y una abstención. Así Ecuador se sumaba a la revolución democrática de Argentina, repartiendo la propiedad de las frecuencias de radio y televisión en tres tercios: 33 % para las empresas privadas, 33 % para el servicio público y 34 % para los medios comunitarios (= asociativos).
La ley, que consta de 119 artículos y 22 disposiciones transitorias, define la comunicación social como “un servicio público que deberá ser prestado con responsabilidad y calidad”, prohíbe la censura previa y establece la “responsabilidad ulterior de los medios de comunicación” sobre sus publicaciones; asimismo defiende los intereses de los trabajadores de la prensa y elimina los monopolios audiovisuales (una persona física o jurídica no puede recibir más de una concesión de frecuencia de radio en AM y FM, o de televisión). En Ecuador el 85 % de las frecuencias audiovisuales corresponden a concesiones comerciales que en muchos casos fueron atribuidas de forma fraudulenta. La revisión de las frecuencias realizada hace tres años puso al descubierto la situación irregular de cerca de un tercio de las concesiones, lo que le permitirá al estado liberarlas para los otros sectores.
El texto, además, ha recogido otras propuestas de los movimientos por la democratización de las comunicaciones, como la obligación de dedicar el 60 % de la programación diaria a la difusión de obras para todo público o las cuotas de creaciones cinematográficas y musicales nacionales (artículos 102 y 103) para fomentar la producción independiente al margen de los circuitos comerciales.
Varios días después, en Guayaquil, durante la Primera Cumbre para un Periodismo Responsable, el presidente Correa explicó que “el problema de fondo es el modelo comunicacional capitalista, la información como mercancía. Todo gira en torno al capital y la comunicación no es una excepción: una poderosa corporación puede hacer creer al público casi cualquier cosa (…) ¿Qué pasaría en cualquier ‘mercado’ ―entre comillas― donde existieran pocas empresas proveyendo un bien indispensable, que además constituye un bien público generador de efectos sobre toda la sociedad; y que, por añadidura, dichas empresas pudieran coludir, es decir, ponerse de acuerdo entre ellas en beneficio de sus negocios y en perjuicio de los consumidores? (…) La información no puede proveerse con lógica privada, peor con lógica de mercado. No es una mercancía, es un derecho y debe suministrarse con lógica de servicio público, con lógica de derechos, lo cual significa que como derecho nadie te lo puede quitar, no que alguien te lo puede conceder en función de sus intereses. (…) Cuando existe esta clase de bienes, bienes públicos, la fuente de lucro no es el precio del bien ―el pago por el periódico o cuánto le pago yo a un canal de televisión de señal abierta― sino básicamente el ingreso proveniente de los patrocinadores. (…) El negocio consiste no en la calidad de la información, sino en la cantidad de ciudadanos a los que lleguen. (…) Hoy, la mala fe de cierta prensa hace daño, pero ya no pone y saca presidentes como antaño. (…) Se busca democratizar la propiedad de los medios de comunicación e impulsar medios fuera de la lógica de mercado, esto es, medios públicos y comunitarios. (…) Antes de nuestro gobierno en Ecuador no existía ni prensa, ni radio ni televisión pública. Hoy existen las tres. (…) Que se enteren que América Latina vive una nueva época, que ya no están aquí las dictaduras a las cuales sí apoyaron esos medios de comunicación, sino gobiernos progresistas, inmensamente democráticos, que están cambiando la realidad de nuestros pueblos y que seguiremos luchando contra todo poder fáctico que trate de mantenernos en el pasado.”
Como de costumbre, este nuevo paso hacia la revolución del campo simbólico puso en guardia al aparato mediático mundial, al Departamento de Estado, a la CIDH (OEA), a algunas ONG y a la SIP (asociación de dueños de medios), quienes denunciaron al unísono “el ataque a la libertad de expresión” del “dictador Correa”. En 1973, cuando el gobierno chileno de Unidad Popular descubrió las irregularidades fiscales de medios privados como El Mercurio, la SIP lanzó una campaña idéntica para desestabilizar a Salvador Allende.
Pero hoy la internacional del “Partido de la Prensa y el Dinero” lo tiene más difícil para interferir en las elecciones y oponerse al despertar ciudadano de América Latina. Después de Argentina y Ecuador, los movimientos de jóvenes, sindicatos, campesinos sin tierra y universitarios de Brasil reclaman a su vez la democratización de las ondas (2).
Incluso las Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC), que llevan ocho meses negociando la paz con el gobierno de Juan Manuel Santos, acaban de añadir un apartado sobre el pluralismo de los medios monopolizados por el sector privado que, como en Brasil, transmiten una imagen racista y socialmente denigrante de la población.
En Brasil los grandes medios criminalizan a diario a los movimientos sociales. Militantes del Movimiento Sin Tierra firman la petición para la democratización de los medios en el campamento de apoyo a la reforma agraria “Hugo Chávez” de Brasilia, mayo de 2013.
En Venezuela la mayoría de las ondas de radio y televisión (3), desde el ámbito internacional hasta el local, también siguen en manos de la empresa privada. La historia de un país que debido al boom petrolero ha pasado sin transición de la radio rural a la televisión comercial como modelo único ―el de Cisneros y Miss Mundo―, explican por qué los medios públicos y comunitarios todavía tienden a imitar la forma comercial, lo cual frena la construcción popular de los programas fundamentales del proyecto bolivariano. Ya se han publicado varias leyes para legalizar los medios ciudadanos o para apoyar la producción independiente (4). Antes de ser llevada al parlamento, la Ley de Comunicación Popular, dirigida a equilibrar la propiedad de las frecuencias, se ha sometido a debate entre los movimientos sociales; algunos quieren ir más allá del reparto por tercios (5).
Aquí, como en otros países, la tarea principal de los movimientos sociales es llevar la delantera. Porque una vez alcanzado el equilibrio democrático de la propiedad de los medios habrá que dar el salto cualitativo: superar el paradigma dominante. Si en el momento en que se liberen las nuevas frecuencias los movimientos sociales aún no han formado comunicadores de nuevo tipo, familiarizados con la herencia mundial de las estéticas revolucionarias ―como la del Nuevo Cine Latinoamericano y las experiencias descolonizadoras de la “televisión fuera de la televisión”―, formados en las técnicas de encuesta participativa, la teoría crítica de los medios y las prácticas emancipadoras de la formación de formadores, como la de Paulo Freire, entonces el potencial de los nuevos espacios se marchitaría en manos de los soldaditos de siempre salidos de las escuelas de “periodismo” para servirnos chorizos de “news”, “live” y otros “vivos y directos” en un “plató”.
Notas: 
(1) Texto íntegro de la ley ecuatoriana: http://alainet.org/images/Ley%20Org%C3%A1nica%20Comunicaci%C3%B3n.pdf 

(2) Sobre la democratización de los medios en Brasil puede consultarse el sitio de la campaña: http://www.paraexpressaraliberdade.org.br/index.php/2013-04-30-15-58-11 Y - http://mouvementsansterre.wordpress.com/2013/05/12/le-mouvement-des-sans-terre-entre-dans-la-campagne-pour-la-democratisation-des-medias-au-bresil/ 

(3) Sobre el dominio de los medios privados en Venezuela, ver http://www.monde-diplomatique.fr/carnet/2010-12-14-Medias-et-Venezuela 

(4) Sobre la ley de fomento de la producción independiente en Venezuela, http://venezuelainfos.wordpress.com/2012/12/06/alvaro-caceres-de-lombre-a-la-lumiere-venezuelienne/ 

(5) Sobre La marcha hacia la democratización de los medios en Venezuela la marche vers la démocratisation des médias au Venezuela :http://venezuelainfos.wordpress.com/2013/03/04/au-venezuela-la-marche-vers-la-democratisation-des-medias/Fuente:  http://venezuelainfos.wordpress.com/2013/06/29/medias-en-amerique-latine-comment-sisyphe-deplace-la-montagne/
Rebelión ha publicado este artículo con el permiso del autor mediante una licencia de Creative Commons, respetando su libertad para publicarlo en otras fuentes.